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giovedì 16 dicembre 2010

Equilibrio

Sarebbe possibile giungere ad uno stato di puro e semplice "Equilibrio"? La risposta a questa domanda dipende da quale concetto di Equilibrio si vuole analizzare: in generale quando si cita questo termine (nella vita quotidiana od in occasioni particolari) si fa riferimento al fatto che per avere qualcosa in equilibrio debbano coesistere più fattori che, sommati l'uno con l'altro, portano ad una "fase di quiete". Con tale definizione è possibile riassumere le varie concezioni di Equilibrio, da quella fisica a quella trascendentale del subconscio.
Ora si figurino due "luci" per ogni polo (i "fattori" sopraindicati) che interessa un determinato argomento: in questo modo si raggiunge una fase di quiete, in cui ogni polo ne ha almeno un altro che gli impedisce di affermarsi in modo assoluto. Questa è una prima fase di quiete, ovvero di Equilibrio, tuttavia non si tratta di un Equilibrio Puro: coesistendo fattori non omogenei insorge spontaneamente il tentativo, da parte di ogni polo, di adoperarsi per il raggiungimento di uno stato di predominanza sugli altri. Generalmente i "poli" sono sostanzialmente due: anche nel caso in cui nella situazione di origine fosse presente un numero superiore di questi fattori, il sistema per l'Equilibrio si riduce sempre a due poli principali, con un numero variabile di "minoranze" poco incisive (ovvero che non sono state in grado di affermarsi quanto i poli principali); nel caso in cui fosse solo uno di questi fattori a raggiungere uno standard tale da garantirgli uno stato di predominanza, il secondo polo sarebbe comunque l'insieme di tutte le minoranze. Specificato ciò, si desidera proseguire con la descrizione delle fasi di Equilibrio Puro.
Si riconsiderino le "luci" già viste nel caso precedente, ma questa volta tutte e quattro illuminate dello stesso colore: è questo il caso dell'Equilibrio Puro di categoria "ON", ovvero che presenta un unico grande polo di dominanza. Tuttavia, per raggiungere questo genere di equilibrio sarebbe necessario riassumere tutte le correnti di pensiero in un'unica "corrente di Verità"; ma è realmente possibile raggiungere una situazione in cui tutti gli esseri umani concordano in tutto e per tutto? In cui, più specificatamente, tutti gli esseri umani sono eguali di fronte a qualsiasi circostanza si prenda in considerazione? Sarebbe possibile dare vita ad un mondo in cui l'individuo A sarebbe sostituibile con l'individuo B, senza che nulla cambi ad eccezione del sesso? Come si suol dire, "tutto è possibile, basta che tu ci creda": in effetti sarebbe sufficiente mutare tutti (a livello di ragionamento, valori e modelli) a propria immagine, vivere quindi miliardi di vite in contemporanea. Ma quale sarebbe il risultato di questo Equilibrio? La risposta probabilmente la conosce pure il bambino che scopre per la prima volta la differenza tra una tazza ed un bicchiere: il risultato sarebbe un mondo Caotico, grigio, privo di emozioni, "Monotono". Certamente qualcuno potrebbe affermare che ci sarebbero anche dei vantaggi. In effetti, amministrare un mondo in cui tutti la pensano allo stesso modo sarebbe l'apoteosi della politica: governare miliardi di menti risulterebbe estremamente facile. Tuttavia questo sistema è destinato a degenerare fino all'annullamento: le Conoscenze disponibili rimarrebbero in perpetuo le stesse del momento in cui si è stati in grado di creare tale sistema, quindi, pur scegliendo come "obbiettivo" di quel mondo lo sviluppo culturale, pur affermando che le "idee" e le "innovazioni" esisterebbero, si cadrebbe inevitabilmente in una fase di declino quando tali "idee" finiscono; dopotutto, anche essendo onnipresente, la "testa" è una ed una sola: essere onnipresente non implica essere onnipotente, e l'onnipotenza di questo tipo di Equilibrio è stata smentita poche righe di sopra.
Rimane dunque da esaminare un'ultima condizione di Equilibrio: quella in cui tutte le "luci" sono spente. Questa, similmente alla precedente, è definibile come categoria "OFF".
Ipotizzando uno status in cui non esistono parti, in cui quindi non vi è predominanza alcuna, si è finalmente in grado di raggiungere quella tanto desiderata condizione di Equilibrio Puro: nessuno è superiore a qualcun altro, ogni individuo mantiene la sua personalità e non è continuamente persuaso a mutarla (come accade invece nelle politiche odierne) e, diversamente da quanto si potrebbe pensare, la criminalità subirebbe un drastico taglio.
Ovviamente raggiungere tale Equilibrio non è affatto semplice, e questo perché l'essere umano è ancora "immaturo e primitivo", quindi teme in modo esagerato ogni minimo mutamento di Pensiero, si ostina ad avvalorare le proprie convinzioni senza prendere neanche un po' in considerazione l'ipotesi e l'opinione altrui e, di ancor più dannoso per la sua evoluzione, cerca di convincere i suoi simili ad assecondare ogni suo minimo capriccio.
Diversamente complessa sarebbe la perpetuazione di tale status, infatti le azioni necessarie a ciò sono racchiuse nell'istinto primario dell'Homo: "fare tutto ciò che mi rende piacere" è effettivamente la "legge" più vicina all'Essere, più vicina all'Etica Convivenza. Alcuni però potrebbero insinuare che seguire tale presupposto porterebbe irrimediabilmente all'anarchia, ed effettivamente è così, ma costoro dimenticano una delle precedenti asserzioni di tale scritto: l'essere umano è ancora una specie primitiva. La "regola" sopracitata risulterebbe di estremo valore morale, nonché portatrice di Libertà e Pace, ad ogni specie evoluta tanto da capire che non sono necessarie ulteriori regole per amministrare una comunità di persone, e questo perché con una Coscienza evoluta la cessione di tasse allo Stato, il non uccidere e qualsivoglia altra legge, sarebbero azioni spontanee: a nessuno verrebbe in mente di arrecare volontariamente danno ad un proprio simile; le "leggi" non scrivibili dell'Etica sarebbero spontaneamente rispettate.
Ma come già si è affermato, tale condizione di Equilibrio Puro è irraggiungibile senza una evoluzione della Coscienza Collettiva.

giovedì 18 novembre 2010

Anti-Idrogeno

Nella giornata del 17 Novembre 2010, presso il centro del Cern di Ginevra sono stati ottenuti 38 "anti-atomi" di Idrogeno: il tempo per studiarli è stato inferiore al decimo di secondo, ma i risultati di questo studio sono stati particolarmente interessati.
In questo articolo non si ha intenzione di parlare di quanto è avvenuto al Cern, bensì si ha intenzione di raccogliere il maggior numero di commenti... quindi, Cari Lettori, esponete un vostro commento a riguardo.

Nel frattempo ecco un primo commento da parte del Founder Kuroutadori:

" Per quanto mi riguarda l'importante è che gli scienziati del Cern facciano bene il loro lavoro, senza quindi fare "test per verificare quanto possa tornare utile l'antimateria": il Cern è dopotutto un sistema di acceleratori di particelle e non un centro in cui potenziali esplosioni possano essere contenute in modo tale da essere paragonate ad uno schiaffo sulla guancia, tra l'altro non si trova in un luogo estremamente isolato, quindi nel caso in cui (sperando comunque di no) qualcosa non vada come si spera, le conseguenze sarebbero comunque ingenti.
Ritengo che questa ricerca sia importante sul punto di vista scientifico, ma non vorrei che in tutti questi anni lo scopo primario del progetto fosse stata la dimostrazione dell'inesistenza di Dio: è a mio parere giustissimo fare delle ricerche su questi ambiti, ma non vorrei che la stupidità umana (che come veniva detto prima è infinita) portasse ad una situazione di insicurezza collettiva... citando Anassimandro e poi Eraclito, "senza un Contrario non esiste il Contrario corrispondente" e "senza il Conflitto, la Contrapposizione, non è possibile esprimere un dato Argomento", quindi non bisognerebbe affermare che la "Scienza" è assoluta nei confronti della "Fede": sarebbe come affermare che la scienza è l'origine di tutto, ma da quanto noi tutti sappiamo, ciò non è corretto, infatti le varie scienze sono solo un "Metodo" attraverso il quale l'essere umano ha cercato di interpretare la Natura che lo circondava, e non quel fattore che ha dato origine all'Universo... verrebbe quasi quasi da dire che la Scienza è ciò che ci permette di interpretare i fenomeni razionali della Fede, non potendo quindi operare sugli aspetti "irrazionali". "

mercoledì 6 ottobre 2010

Condizione umana nel nuovo millennio

Oggi giorno tutti sembrano voler farsi rappresentare da qualcosa che in realtà non corrisponde alla loro reale natura: si nascondono dietro ad un alterego! Ma questa "paura di non essere accettati" da che cosa nasce? Bisogna certamente dire che le restrizioni imposte dalle varie "amministrazioni" giocano un ruolo importante in questa "esclusione della personalità", ma tutto ciò è anche dovuto al fatto che la gente ormai si è rassegnata a vivere una vita monotona, limitandosi ad avere una prospettiva netta e schematica di tutto ciò che la circonda, senza quindi accorgersi di quanto sta perdendo! Si accontenta di essere gestita (quasi telecomandata) dalle "amministrazioni" che, proprio sfruttando questa passività della gente, hanno e stanno tuttora cercando di sottomettere la natura, danneggiando quindi la cosa più importante: il rispetto da parte della natura.

UBI EST VERITAS? "Dov'è la verità?" LIES EVERYWHERE! "Si trova ovunque! / Bugie ovunque!"

Da questa frase, la cui prima parte inoltre è una citazione da Cicerone, si capisce come la realtà delle cose sia ovunque, ma al contempo la mentalità della gente non è in grado di comprenderla: afferma che si tratta solo di bugie... si chiude in se stessa senza voler capire o reagire. E questo, come si usa dire oggi giorno, è molto triste!

IMMAGINE REALIZZATA DA KUROUTADORI "SIGURD"

mercoledì 1 settembre 2010

Come tutto è, pur non esistendo

Molto spesso capita di sentire degli studenti citare la non ammissione alla successiva classe scolastica (la cosiddetta bocciatura) come essere una cosa per "pivelli": quando un alunno viene bocciato il suo morale ne risente drasticamente (esistono comunque delle eccezioni) tuttavia, nella maggior parte dei casi, ciò che colpisce maggiormente lo studente interessato non è tanto il fatto di dover ripetere l’anno scolastico, bensì ciò che comporta l’allontanamento dalla classe di provenienza: di norma in una classe si formano dei legami di amicizia (e di rivalità) tali che ogni alunno che la compone si sente strettamente legato al resto dei suoi coetanei.
Negli ultimi tempi (ma ciò avveniva anche nel passato) si sente parlare di “rimandati” costoro sono studenti che non hanno raggiunto la sufficienza piena in tutte le discipline scolastiche. Lo status mentale di questi individui è prossimo alla piena consapevolezza di dover impegnarsi nello studio per superare i cosiddetti esami di riparazione. Ma perché si ha utilizzato il termine “prossimi”? Esistono studenti che si rassegnano e certi che invece si applicano allo studio come mai avrebbero pensato di dover fare: ciò che accade nella mente del primo caso è una elaborazione mentale che li spinge a ritenere infattibile il raggiungimento di una valutazione sufficiente con soli tre mesi di studio e poche lezioni di recupero organizzate dalla propria scuola.
Certamente va specificato il fatto che le scuole di oggi giorno speculano non poco sui corsi di recupero e sui relativi esami: basti pensare alla quantità di ore che vengono messe a disposizione dalle singole istituzioni per i propri alunni (di norma, non superiori alla decina di incontri da un paio d’ore l’uno), al periodo in cui queste si hanno (nella maggior parte dei casi, concentrate nel periodo di fine giugno – metà luglio), al periodo in cui hanno luogo gli esami di riparazione (solitamente nell’ultima settimana di agosto) e soprattutto alle “peculiarità” di queste lezioni: di norma gli insegnanti che tengono queste lezioni di recupero non sono quelli propri dello studente e questo può essere sia un bene sia un male, ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa sono quei casi in cui sono dei veri e propri tirocinanti a sostenere tali lezioni. Quest’ultimo caso è comunque abbastanza raro.
Da questo si può dedurre che gli studenti che devono sostenere codesti corsi di recupero sono trattati quasi come cavie, oppure come mezzi tramite i quali alcuni insegnati hanno la possibilità di guadagnare denaro, lavorando decisamente meno di quanto durante l’intero anno scolastico.
Ora si prenderà come esempio l’esperienza di uno studente che sta rischiando di doversi allontanare dalla classe in cui era stato inizialmente collocato: costui certamente si starà ponendo la seguente domanda.
Ma perché ciò sta accadendo?
La risposta è apparentemente semplice: il suo livello di attenzione in classe e le ore impiegate nel ripasso domestico non sono stati sufficienti a permettere una buona rendita scolastica. Tuttavia sono anche altri i fattori da considerare: non si può giudicare una persona solo per i suoi risultati scolastici ed un esempio tangibile è lo stesso Einstein, il quale non vantava di valutazioni eccellenti, ma anche del Manzoni vanno ricordate le basse valutazioni nelle materie letterarie. Eppure costoro sono tuttora citati in molte teorie e testi come dei geni della storia dell'umanità.
Ma allora perchè la maggior parte degli insegnanti è incline a valutare il "valore" di uno studente solo dalle valutazioni?
Anche per questa domanda è possibile trovare una risposta semplice: uno studente che si applica "punto" alle varie materie e che percepisce valutazioni alte "punto" è il manichino ideale per una popolazione unitarie ed omologata secondo i principi dettati dalle leggi attuali.
Tuttavia, come nel caso della domanda precedente, è possibile articolare una risposta più profonda, pur riferendosi alla risposta appena formulata: una massa di individui che la pensano tutti nello stesso modo "punto" fa meno paura alle varie amministrazioni che, trovandosi talvolta di fronte ad individui ferrei che hanno sviluppato (più che altro rispolverato) dei nuovi sani principi, iniziano a temere ribaltamenti di potere.
Ma perchè dovrebbero temere di "perdere" il potere?
L'umanità ha da sempre l'istinto di predominare sul resto della sua stessa popolazione e sulla natura circostante, quindi ha da sempre cercato di "proteggere" il proprio livello di controllo su queste: la violenza adottata spesso non ha portato agli obbiettivi di questi "potenti" così, ma solo durante gli ultimi due secoli, si è architettato un nuovo modo di tenere a bada i potenziali oppositori.
E fu così che nacque la propaganda: portare dalla propria parte tutta la propria popolazione (ed in certi casi non solo: si cita come esempio il periodo nazista) è certamente più comodo che intraprendere la cruenta strada della guerra, nella quale inoltre si sarebbe potuto perdere il potere tramite ciò che forse l'essere umano teme ancora più di qualsiasi altra cosa (la morte).
Tuttavia è da parecchio tempo che non si sente per le strade la parola "propaganda": questo è dovuto al fatto che questo termine è stato fino a metà del secolo scorso indice di monarchia assoluta e che in seguito, per non rischiare di allarmare eccessivamente la popolazione, le varie amministrazioni hanno deciso di camuffarla. Il modo da loro adottato per fare ciò è forse quello a cui nessuno di noi "popolani" penserebbe, ovvero (semplicemente) adottandola a tal punto da farla arrivare nelle case di chiunque, parlandone senza mai citarla in tutti i modi e momenti possibili: se in un vaso piove una sola goccia d'acqua piovana qualunque nuovo osservatore si accorgerebbe di quella sezione più scura ma, se nello stesso vaso facciamo cadere contemporaneamente centinaia di centilitri d'acqua, un individuo appena arrivato per guardarne il contenuto sarebbe incline a dire che quel vaso deve essere stato "per forza" esposto alla pioggia per molto tempo. In questo modo le amministrazioni hanno agito: ricoprendo la popolazione, in tempi estremamente brevi, di un misterioso liquido chiamato propaganda, si sono garantite di immettere nella psicologia della nuova generazione tutti i requisiti necessari per evitare che questa, in un prossimo futuro, decidesse di iniziare a "pensare con la propria testa".
Va inoltre ricordato che queste hanno potuto approfittare di un fattore non poco decisivo per applicare tale "strato": dopo due guerre mondiali appena finite la popolazione era distrutta, sia fisicamente sia emotivamente, quindi si limitava ad appoggiare qualsiasi atto di riforma (senza tenere dunque conto del fatto delle possibili conseguenze).
Il caso dell'Italia è forse il più interessante: poco dopo il termine della seconda guerra mondiale (1939-1945) le forze amministratrici di quel tempo iniziarono a proporre al popolo di abbandonare il vecchio sistema amministrativo, che aveva caratterizzato l’Italia sin dalle origini, e di instaurare un nuovo tipo di governo “per garantire come di diritto dovrebbe essere al popolo la piena facoltà di scegliere ed eleggere i propri rappresentanti”.
In un primo momento questa proposta sembrò al popolo la tanto attesa “liberazione” dalle oppressioni causate dalla monarchia, quindi l’esito delle elezioni fu positivo nei confronti dell’istituzione di quella che è tuttora la forma di governo in Italia: la “democrazia”.
Nei successivi anni e decenni a nessuno parve che questa forma di governo avesse qualcosa di sbagliato, ed infatti non si vuole dimostrare ciò. Tuttavia, se si fa una panoramica della storia dell’umanità, ci si accorge che la “decisione” da parte del popolo è sempre avvenuta, ed in particolar modo sulla “scelta dei rappresentanti”: in passato, per esempio durante una guerra di conquista, la plebe poteva sì allearsi al fianco del proprio sovrano, per appoggiare (almeno moralmente) la patria, ma poteva anche decidere di compiere tradimento alleandosi alle forze nemiche. Certamente esplicato in questo modo questo avvenimento pare irrilevante ma, se si ragione a livello di “sovrano”, ci si può accorgere del fatto che, se la plebe sosteneva il proprio esercito, ciò implicava il fatto che desiderasse che tutto rimanesse così com’era e quindi anche mantenere lo stesso sovrano mentre, se si alleava con l’esercito nemico, ciò implicava il fatto che non concordasse con il mantenere la stessa amministrazione e che quindi preferisse cambiare sovrano.
Certamente “cambiare sovrano” all’epoca non comportava sempre il fatto che il nuovo arrivato fosse migliore del precedente, ma ora le cose vanno diversamente: quando un presidente di una qualsiasi carica delude il popolo che lo ha votato, per esempio non facendo ciò che aveva garantito in campagna elettorale, costui difficilmente si confermerà il “posto” anche alle successive elezioni, e proprio in queste il popolo ha la possibilità di scegliere… il fatto è che un tempo non si aveva la possibilità di scegliere tra più di due sovrani, mentre ora è possibile prendere una decisione tra decine di candidati. Ciò che caratterizza però il nuovo modo di elezione è proprio la “campagna elettorale”: tramite questa il candidato cerca di convincere il popolo a votarlo (tramite un rapporto verbale) e l’unica differenza con il passato è solo il metodo di propaganda.
Riferendosi infatti ai re, agli imperatori, ai tiranni ed in generali a quelli che vengono definiti “monarchi”, ci si può facilmente rendere conto del fatto che tutti questi individui abbiano sempre desiderato, seppur con alcune rare eccezioni, conquistare territori, essere rispettati e, generalmente, avere quella caratteristica ritenuta da sempre indispensabile per poter governare su un territorio: l’autorità, il potere. Ma, paragonando ciò ai nostri giorni, ci si può rapidamente rendere conto che anche i “politici” di oggi giorno pensano principalmente al raggiungimento del “potere” quindi, sovrapponendo le caratteristiche del passato con quelle del presente, ci si accorge del fatto che sostanzialmente non esistono particolari differenze in ambito di “obbiettivi delle forze amministratrici” anzi, forse una differenza esiste: un tempo si operava sulla resistenza e sulle capacità fisiche, mentre ora si preferisce adottare metodi di persuasione psichica, sia per evitare spargimenti di sangue, che potrebbero danneggiare l’immagine dell’amministrazione, sia per impiegare meno fatica fisica ed economica (gli addetti, per esempio, alle torture facevano comunque un lavoro manuale ed in ogni caso questi dovevano pur essere pagati).
Da questo si deduce il fatto che la “democrazia” sia sempre esistita, ma che al contempo non sia mai esistita.

giovedì 26 agosto 2010

La parola chiave

Un aspetto che caratterizza notevolmente le diverse località è di certo il dialetto locale. Ma che cosa sono?
Quando ci si reca per esempio in un borgo o comunque in una località pittoresca, è possibile accorgersi del fatto che i cittadini utilizzano degli strani termini per esprimere un certo concetto: ogni dialetto vanta di una cifra impressionante di termini che, combinati ad alcuni della lingua nazionale, permettono di dare vita a conversazioni alquanto peculiari, ed ognuno di questi dialetti è unico. Per fare un esempio, "qualcosa che raschia il terreno per scopi agricoli" (l'aratro) è chiamato nei più svariati modi da località a località, e sarebbe molto difficile creare un "vocabolario dei dialetti": per intendersi, non per tutti è semplice capire che quando in una certa località si parla di "terrina" non si sta altro che parlando di una "tazzina" (o più generalmente di un contenitore).
Certamente il mondo dei proverbi è un argomento molto interessante, tuttavia in questo articolo non si parlerà in senso stretto di proverbi: ciò su cui ci si soffermerà è più che altro l'"origine" delle parole.
Una caratteristica che ormai è presente in quasi tutte le persone, è la propensione ad esclamare con le cosiddette "parolacce" in casi di eccessivo stress o situazioni complicate: fino a questo punto non ci sarebbe quasi nulla da puntualizzare, infatti l'"esclamazione" è caratteristica umana. Ma i punti interrogativi nascono proprio sull'origine della scelta delle parole che usualmente si esclamano: non si desiderano citare codesti termini, ma ciò che suscita interesse, secondo voi, che cos'è? Qual è quel meccanismo che induce le persone ad esclamare determinate parole e non, per esempio, "finestra"?
Un'ipotesi abbastanza plausibile è che sia proprio la sonorità della parola a portare un individuo alla conclusione che quella, proprio quella parola che un suo simile ha pronunciato, sia una "parolaccia": di norma questi termini sono costituiti da "lettere forti", ovvero da lettere la cui pronuncia suscita una determinata emozione a colui che la pronuncia ed a colui/coloro che la odono. Queste parole suscitano principalmente attenzione da parte degli ascoltatori, i quali si pongono solitamente la domanda "Ma che cosa è successo?", nel caso in cui siano semplici passanti, oppure "C'è qualcosa che posso fare per te?", nel caso in cui fossero dei conoscenti.
In tutto questo eppure c'è qualcosa che non va.
Vi sarà sicuramente capitato di ascoltare un amico, oppure più semplicemente qualcuno per strada, pronunciare una parolaccia senza un motivo preciso, magari solo per "dar fiato alla gola". In particolar modo ciò accade tra i giovani... ma perché?
Non sarà per caso che tutti questi giovani sono dei maleducati e dei grezzi?
Certamente questa accusa non può essere fatta, infatti va più che altro detto che oggi giorno le "parolacce" sono di pubblico dominio: basti pensare alle gente per strada, dal povero al ricco. Un altro fattore che influenza sicuramente questa propensione al pronunciare tali parole è senza ombra di dubbio la trasmissione televisiva: in particolar modo nei film, nei quali è praticamente sempre presente almeno una conversazione nella quale sono contenute delle parolacce.
Ormai va detto che non si presta più la cura a queste: una esclamazione di questo genere capita spesso anche in momenti di felicità e spensieratezza, ed è raro trovare una persona che non ha mai detto una parolaccia.
Ma poi perché questo nome? La scelta è probabilmente dovuta al fatto che un tempo si ritenevano queste essere parole "brutte" e "disdicevoli", ed è qui che è però possibile ricondursi all'argomento dei dialetti: come definite una persona che pronuncia "spesso e volentieri" queste parole? La risposta che di norma segue a questa domanda è "Volgare" oppure, siccome ultimamente le parolacce vengono associate ad un'offesa, "Villano".
Sapete da dove derivano queste parole?
La "lingua volgare" era quella del popolo (della plebe), che un tempo veniva considerata dagli alti ceti come essere la lingua dei "farabutti"; "villano" invece lo si può ricondurre invece alla vita di corte: il cosiddetto buffone di corte era qualcuno che si occupava del divertimento degli alti ceti, ed ciò che rallegrava costoro era proprio quando il buffone di corte metteva in imbarazzo una certa persona, prendendola in giro, e comunque recando un'offesa.
Da qui sorge la domanda centrale di questo articolo: vogliamo davvero che i nostri figli crescano sotto la martellante pressione di questi termini? Oppure sarebbe meglio "dare una ripulita alla lingua" e pensare a cosa è meglio per il prossimo?

mercoledì 25 agosto 2010

La battaglia del "Libro"

Vi è mai capitato di leggere? Ah giusto... lo state facendo proprio ora.
La domanda appena posta risulta scontata: chiunque nella sua vita ha maneggiato un libro ed ha provato il gusto di ascoltare il fragore delle pagine mentre vengono sfogliate. Proprio le "pagine" sono un elemento incorruttibile della lettura ed, anche se nel corso dei secoli queste hanno subito varie modifiche di tipo fisico, resta senza ombra di dubbio che "il supporto" su cui sono presenti i vari caratteri sia qualcosa di materiale: tavole di pietra, membrane organiche trattate chimicamente, superfici di plastica o lastre di metallo sono qualcosa di palpabile e su ognuna di queste sono presenti determinati caratteri. Si può quindi dire che un "libro" sia un oggetto costituito da un certo numero di pagine e che su ognuna di queste pagine sia presente un certo numero di caratteri.
Tuttavia negli ultimi tempi è proprio il "numero di fogli" ad aver subito un drastico taglio: un tempo quando si domandava "A che pagina sei arrivato?" ci si riferiva all'ultima facciata sfogliata e letta dal nostro interlocutore, e la risposta poteva oscillare tra una certa quantità di valori, ma ora qualcosa è cambiato: la superficie sulla quale si posa lo sguardo per leggere è sempre la stessa ed in particolar modo si tratta di un monitor.
Certamente ci potrebbe essere qualcuno disposto a controbattere quanto si è appena affermato, ma qui si sta parlando di "quantità" di pagine e non di "numero" di pagine. Apparentemente i due termini si assomigliano molto, tuttavia la differenza è che nel primo caso si tratta una quantità fisica e materiale, che possiamo sperimentare con il tatto (toccare le pagine), mentre nel secondo si tratta di una quantità digitale, che siamo solo in grado di vedere.
Per essere più chiari, provate a prendere in mano un certo numero di fogli di carta e contateli: intuitivamente vi verrebbe di sfogliarli (si ricorda che la mente umana è più propensa a riconoscere un sasso colorato tra tanti incolore, piuttosto che fare anche un semplice calcolo quale due più due, quindi la difficoltà che potreste incontrare è quella di perdere il conto) e non di aprirli a ventaglio e contarli visualizzandone uno alla volta senza toccarli. Ciò che accade è una "collaborazione tra sensi": il tatto invia un impulso al cervello dicendogli di aumentare di uno una serie, ovvero ogniqualvolta sfogliate un foglio di carta il vostro cervello aumenta di uno il conto.
Ora invece provate ad accendere un computer ed ad aprire un documento di testo: che cosa potreste fare? Certamente potreste scorrere la pagina con la rotellina del mouse (ma questo è in grado di farlo anche la vostra vista su una pagina di un libro), potreste contare quanti caratteri ci sono (vi sfido a contarli senza ricorrere ad una applicazione del computer), contare quante pagine ci sono (cosa che come detto prima è possibile fare anche con il tatto) od altro ancora, ma non sarete mai in grado di sfogliare le pagine: sarebbe come dire che sarebbe possibile "sfogliare un monitor"!
Di che cosa vi siete accorti?
Nel primo caso per poter leggere un libro avete bisogno del tatto quanto della vista (le pagine non si sfogliano da sole) mentre nel secondo caso è possibile sopprimere la funzionalità del tatto per accentuare la percezione visiva: con un computer potete selezionare come "impostazione di lettura" la funzione "scorri lentamente la pagina", quindi sarebbe possibile sedersi comodamente di fronte ad uno schermo, con le mani e le braccia che sostengono la testa in posizione di lettura, e leggere quanto appare sullo schermo.
Ora si vorrebbe porre come domanda ai lettori "Che cosa preferite per leggere: un libro oppure uno schermo?"
Inoltre in questi ultimi tempi si sente spesso parlare di "E-Book": si tratta di apparecchi non troppo spessi, sui quali è possibile caricare dei libri in formato digitale e fare altre funzioni relative all'analisi del testo. La conseguenza della commercializzazione di questo apparecchio ha comportato una svolta decisiva nel mondo della lettura ed anche del lavoro: ormai è raro che un imprenditore mantenga per iscritto i propri documenti di lavoro (si intende: che li scriva lui stesso a mano, ovvero con carta e penna), od ancora che ritorni a casa con i cosiddetti "mucchi di pratiche da sbrigare": tutte queste "scomodità" sono state risolte dall'invenzione della scrittura e della lettura digitale, ed un apparecchio non troppo grande, leggero e più o meno facile da utilizzare, è di certo stato ritenuto un'invenzione geniale, ovvero utilissima.
Tuttavia quasi nessuno parla dei rischi che l'eccessivo utilizzo di questi apparecchi può comportare: più che altro quasi nessun compratore è in grado di leggere ed interpretare quei minuscoli caratteri che costituiscono le avvertenze d'uso (spesso in lingua straniera e comunque di dimensioni limite).
Tornando alla domanda posta alcune righe più in alto, e considerando quanto detto nell'intero articolo, è possibile formulare una risposta oggettiva del tipo"E' possibile combinare ambo gli strumenti"?
Si pensi per esempio all'utilità che potrebbe comportare l'utilizzo di lettori digitali nelle scuole: ogni studente potrebbe risparmiarsi di dover far la strada da casa a scuola con chili e chili di cartella sulle spalle, semplicemente portando in una cartelletta un dispositivo quale quello sopraindicato (certo va anche detto che uno studente non potrebbe più godere della scusa "ho dimenticato il libro a casa", in quanto tutti i libri sarebbero "contenuti" nel medesimo apparecchio). Questo potrà certamente portare dei vantaggi come degli svantaggi: utilizzare uno di questi oggetti per tutta la durata delle lezioni (ed in generale per scopi scolastici) comporterebbe un utilizzo medio di cinque ore giornaliere di fronte ad un monitor, nonché le ore trascorse a casa per fare i compiti.
Detto questo si desidera giungere alla conclusione: davvero vogliamo privare il prossimo, quale le prossime generazioni, del piacere di sfogliare le ruvide pagine di un libro, con tutto ciò che questo comporta?

giovedì 5 agosto 2010

Il fratricidio come moda?

Uno dei primi strumenti che l'essere umano iniziò a realizzare furono senza ombra di dubbio le armi: inizialmente si trattava solamente di rocce di piccola taglia scalfite per ottenere una superficie affilata ma poi, col passare dei secoli e delle epoche, la specie umana è stata in grado di forgiare le prime lame in metallo che, seppur rudimentali, erano più pratiche della selce, poi apprese le modalità di raffinazione estetica della lama e l'importanza di un'impugnatura pratica: l'elsa.
Tuttavia l'essere umano, dopo essere riuscito a sottomettere gran parte dei suoi simili grazie all'aiuto di spade ed altre armi fornite di lama o comunque che richiedevano una certa abilità per essere maneggiate correttamente, senza quindi rischiare di ferirsi, decise che era ora di cambiare lo stile di combattimento, quindi iniziò a studiare le modalità per utilizzare la polvere da sparo: questa portò alla creazione prima dei cannoni e di altre armi da sparo rudimentali poi, con l'intervento di grandi menti, furono sviluppate le prime pistole automatiche ed i primi mitragliatori, nonché granate e mine varie.
Ma tutto iniziò a vertere sullo sviluppo di armi più micidiali, che potessero permettere di sterminare intere popolazioni come se fossero mosche con le ali immerse nell'acqua: sorse quindi l'era dei sottomarini, delle corazzate, dei carri armati e degli aerei da guerra. Tuttavia la specie umana non si era ancora accontentata ed iniziò a progettare metodi per rendere le sue macchine da guerra le più micidiali possibili, ricorrendo anche alla creazione della "vera arma di distruzione di massa": la bomba atomica. Con questo l'uomo era stato in grado di sottomettere le forze della natura per i suoi scopi bellici.
Al giorno d'oggi sono in fase di sviluppo molte nuove armi, nonché le cosiddette "armi chimiche" costituite da sostanze dannose per l'organismo vivente. Viene dunque da porsi una domanda: per quale motivo l'uomo è sempre stato attratto dalle armi?
Inizialmente le utilizzava solo ed esclusivamente per cacciare e per lavorare altri materiali (come per esempio tagliare i tessuti per poterli lavorare meglio), quindi per sopravvivere alle ostilità della vita dell'epoca: bisogna ricordare che alcune migliaia di anni fa la specie umana era sì predatore, ma era anche una preda molto facile per molti altri predatori. In seguito fu attratto dalle armi bianche (spade per esempio) per il semplice fatto che il loro utilizzo poteva decretare l'esito di una guerra di conquista, e fino a qui non ci sono problemi: dopotutto l'essere umano ha da sempre il desiderio di potersi recare in luoghi particolarmente belli senza dover rischiare di essere assassinato in quanto non appartenente alla gente di quel luogo. Ma ora che cos'è che spinge l'essere umano all'ideare nuovi metodi per uccidere le altre persone? Probabilmente si tratta di un nuovo istinto fratricida della specie umana, ma oltre a questo c'è qualcos'altro: l'educazione impartita alle nuove generazioni è spesso di scarsa qualità, ed è per questo che si sente spesso parlare ai telegiornali di figli adolescenti che assassinano da soli od in gruppo barboni o "peggio" i loro stessi fratelli, solo per noia o per vendetta di un dispetto tra fratelli/sorelle, spesso per cause d'interesse per la stessa persona.
Talvolta è causa degli stessi genitori, i quali non hanno prestato sufficiente attenzione all'educazione etica e morale nei confronti dei loro stessi figli, ma questa non può essere l'unica motivazione: sarebbe come accusare il 70% se non più dei genitori di non avere a cuore l'educazione della propria prole e questo è poco probabile.
Ma allora chi o cosa è a spingere centinaia o migliaia di giovani e non più giovani a privare qualcun altro della vita? Le motivazioni possono essere molteplici e di origine personale, ma di sicuro non è di buon impatto per un giovane, o peggio per un bambino, sentir parlare al telegiornale seguito quotidianamente dai genitori o dai nonni, di coetanei e non che "sgozzano", "squartano", "sparano al cuore od alla testa", "danno fuoco" o fanno letteralmente "esplodere" un'altra persona! I termini sopraindicati sono spesso e volentieri utilizzati nei quotidiani televisivi. Certamente qualcuno potrebbe anche suggerire di cambiare telegiornale da seguire o di cambiare generalmente canale, ma a causa del fatto che in ogni telegiornale trattano sempre e spesso in successione degli stessi "eventi" e che i telegiornali occupano le stesse fasce orarie, l'unica soluzione sarebbe quella di spegnere il televisore.
Ma ormai il danno è fatto!

Dalle argomentazioni trattate nei telegiornali viene dunque da porsi in riflessione su un aspetto deplorevole della comunità umana: privare della vita un proprio simile è forse diventato una moda?

mercoledì 28 luglio 2010

Il gioco d'azzardo

Negli ultimi tempi si sente sempre più parlare di "Gratta & Vinci" e derivati... ma perché? La risposta è semplice: ogni individuo a cui viene proposto di ottenere (non si è utilizzato il termine "guadagnare" appunto perché non si ritiene che questo sia il termine più opportuno) del denaro mediante la spesa di soli pochi Euro, corre inevitabilmente verso la tentazione di affermare: "Perché no? Tanto al massimo se mi va male ho speso solo un Euro". Ma, come ben sappiamo, la gente non si ferma all'acquistare un solo "Gratta & Vinci": normalmente la mentalità dei giocatori di questo genere è quella sopraindicata ma, siccome "perdere" è un termine poco gradito da chiunque, questi si accaniscono ripetutamente sul commesso per avere nuovi "Gratta & Vinci" e, quando quelli da 1 Euro finiscono, i giocatori iniziano ad acquistare quelli da 2 Euro, raddoppiando probabilmente il premio massimo, ma anche le probabilità di vincere poco o nulla.

Con un breve ragionamento vi accorgerete che c'è qualcosa di strano in tutto questo: perché giocare? Si è quindi deciso di intervistare, seppur discretamente, alcuni giocatori di "Gratta & Vinci": la risposta "più gettonata" è stata "per raccattare un po' di denaro".
Viene dunque da porsi un'altra domanda: sono tutti dei senzatetto questi giocatori? (Ci si scusa con coloro che sono seriamente impossibilitati nell'avere casa, ma questo paragone sembrava essere l'unico in grado di esprimere lo status mentale dei giocatori d'azzardo accaniti) Certamente alcuni di loro lo diventeranno, poiché continuando in questo modo si indebiteranno a tal punto da non poter più sostenere una vita "normale".
E' si vero che ci sono alcuni casi di persone che riescono, magari con l'aiuto di famigliari ed amici, ad uscire dal mondo del gioco d'azzardo, od altri, seppur veramente pochi, che "giocano responsabilmente", acquistando un "Gratta & Vinci" solo occasionalmente, giocando al Lotto e derivati solo in rare occasioni e non regolarmente, frequentando veramente di rado i Casinò e per il solo piacere di trascorrere una piacevole serata con gli amici, magari neanche giocando.

Ma non tutto finisce sempre bene: ci sono stati casi in cui alcuni giocatori, non essendo più in grado di sostenere le spese, hanno deciso di privarsi della possibilità di vivere, provocando dei nuovi dispiaceri ai famigliari ad agli amici.

martedì 27 luglio 2010

Il rispetto della natura

Sin dalle sue origini, l'essere umano ha sempre cercato di anteporsi alle regole della natura, prima creando semplici strumenti mediante la lavorazione di alcuni prodotti della natura, poi iniziando a modificare l'aspetto dei paesaggi, continuando fino a rendere la natura quasi come un anziano "vicino di casa" ed addirittura renderla un mezzo attraverso il quale ricavare un profitto: è questo il caso del commercio di piante ed animali di qualsivoglia specie. Chi rinuncerebbe ad avere un bel gattino da accarezzare sulle ginocchia? Certamente c'è il caso delle persone allergiche al pelo dei gatti, ma la stragrande maggioranza delle persone sarebbe incline ad acquistare un gatto presso un negozio specializzato oppure, in casi rari, da un conoscente la cui gatta ha avuto una cucciolata abbondante: in questo secondo modo molto probabilmente il cucciolo, non essendo ancora autosufficiente, vive le sue prime settimane in un buono stato di salute, ma nell'altro caso sono molti i dubbi che ci dovrebbero indurre a pensare che il cucciolo appena comprato non abbia vissuto le sue prime settimane di vita in un buono stato di salute. Il rischio è sempre quello di acquistare un animale (abbandono l'esempio del gatto per gli amanti dei cani) che è stato privato quasi subito dell'affetto della madre, magari proprio per metterlo in una gabbia e spedirlo per corrispondenza al negozio di animali al quale ci siamo riferiti; un altro fattore da tenere in considerazione è che l'animale, durante il suo viaggio dal Paese di provenienza a quello di arrivo, in certi casi (e specialmente nel caso di animali esotici) è stato sottoposto ad uno stress fisico paragonabile al nostro correre senza sosta per settimane: la reclusione in una gabbia, la malnutrizione e la carenza d'acqua sono le basi ideali per incattivire un animale, se poi la gabbia è sporca e ricca di batteri, il cibo di scarsa qualità e l'acqua contaminata da qualsivoglia genere di organismo pericoloso, le condizioni fisiche e mentali dell'animale sono ridotte ad un livello inimmaginabile.
Ma non esiste solo il caso degli animali: vi è mai capitato di entrare in un centro commerciale e vedere delle simpatiche commesse dare da bere alle piante in vendita? Generalmente questo potrà sembrare normale: la pianta sembra avere bisogno di acqua ed io l'annaffio, ma siete proprio sicuri che quelle commesse siano esperte di piante? Certamente ci possono essere dei casi straordinari, ma la stragrande maggioranza degli addetti nei supermercati e, mi duole ammetterlo, anche in alcuni negozi specializzati, non ha la più pallida idea di come comportarsi con alcune specie di piante, specialmente con quelle più delicate. Esempi chiave sono le piante esotiche ed i bonsai: questi ultimi (in generale comunque tutte le piante) avrebbero bisogno di continue cure, tra cui la somministrazione d'acqua, l'esposizione alla luce ed al vento specifiche per ogni specie, ma da quanto è possibile osservare, la gente non si interessa più di questi dettagli e continua imperturbabile a somministrare litri e litri d'acqua ad una pianta che avrebbe bisogno solo di pochi centilitri.
Prima di continuare, siccome ho fatto l'esempio dei bonsai, vorrei specificare che la realizzazione di bonsai è si un metodo per tenere delle piante, anche ambigue, in territori estranei a quelli di origine ma, essendo questa un'abitudine millenaria dell'essere umano, si può dire che la natura ha cercato di fare un favore all'uomo adattandosi ai suoi capricci. Inoltre, diversamente da come molti credono, il "bonsai" non è una pianta sottoposta a continue amputazioni (potature varie), geneticamente modificata e costretta a vivere in uno spazio disdicevole: teoricamente un bonsai sottoposto alle varie cure, come rinvaso e potatura, potrebbe vivere per tempi che vanno ben oltre la vita di un comune albero ma, siccome non si desidera assillarvi con tutte le varie spiegazioni (almeno su questo blog), il consiglio è quello di acquistare il libro:
"Bonsai" (Colin Lewis) - Logos Editore
Tornando all'articolo, un altro dato da tenere in considerazione è che anche le piante sono sottoposte a maltrattamenti durante lo spostamento dal centro di coltivazione intensiva al negozio: infatti, isolate in uno spazio chiuso, privo di luce quale i bagagliaio di un furgone e prive di adeguate cure sanitarie, le piante vengono sottoposte ad uno stress paragonabile al nostro rimanere in una sauna per giorni e giorni.
Con quanto appena detto ho cercato di fare luce sugli aspetti "dietro le quinte" del commercio di animali e piante: personalmente ritengo che l'essere umano si stia spingendo troppo oltre il limite del rispetto, infatti con le modifiche intensive e senza riguardi del paesaggio ed altri fattori, l'uomo sta seriamente rischiando di indurre la natura a ribellarsi: esempi di queste rivolte sono le invasioni di formiche rosse in alcuni territori abitati del centro/sud America, ma più in generale è necessario guardare alle semplici incursioni di animali selvatici nei territori urbani.

venerdì 23 luglio 2010

Presentazione del blog

Prima di qualsiasi altra cosa è necessario che vi esponga le motivazioni per le quali ho deciso di dare vita a questo blog: alcune settimane fa, durante una vacanza-studio in Inghilterra, incontrai una persona con la quale ebbi l'opportunità di discutere di alcuni argomenti di peculiare delicatezza, come per esempio il fatto che l'essere umano si sta via via indirizzando ad una "omologazione di pensiero e di stile di vita": un esempio ne sono le mode, secondo le quali infatti ogni individuo dovrebbe indossare certi capi di abbigliamento ed adottare certe inclinazioni nei confronti di coloro che cercano di adottare un proprio stile. Ma il problema non è tanto il fatto che la gente si stia adattando ad indossare gli stessi capi di abbigliamento: il vero problema si manifesta quando queste persone iniziano ad avere atteggiamenti anti-etici nei confronti di coloro che stanno cercando di preservare una propria originalità (e non mi riferisco solo al fenomeno del bullismo: anche assillare una persona "ambigua" per avere una sua fotografia, o peggio ancora escluderla da qualsivoglia gruppo si sia formato, è un caso di anti-eticità).
In ogni caso non devo essere io ad esporvi le motivazioni secondo le quali dovreste, nel caso in cui siate nel gruppo di maggioranza, ragionare e dare una vostra interpretazione sul fenomeno della "omologazione del pensiero"... la mente è vostra, io vi sto semplicemente chiedendo di non lasciare che qualcuno condizioni il vostro modo di ragionare, di diventare "corpacci senza testa": la capacità di avere un proprio pensiero, una propria opinione, è fondamentale per mantenere salda la propria personalità.
La scelta del suddetto nome di dominio è quindi riconducibile all'obbiettivo di questo blog: ormai le persone in grado di elaborare un proprio stile (non mi riferisco solo all'abbigliamento) si stanno via via sparpagliando per il mondo, molto probabilmente alla ricerca di nuove esperienze, e l'unico modo rapido per rintracciarle è forse proprio l'utilizzo del web, magari anche cercando di dissotterrare dalle idee comuni qualche altro individuo volenteroso. Indi per cui poscia in questo blog si tratteranno argomenti di peculiare delicatezza, cercando di non causare dispiaceri ad alcuna persona.
Con questo vi auguro una buona lettura dei prossimi articoli, incitandovi a dare un vostro commento ogniqualvolta abbiate qualcosa da dire a riguardo.