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giovedì 26 agosto 2010

La parola chiave

Un aspetto che caratterizza notevolmente le diverse località è di certo il dialetto locale. Ma che cosa sono?
Quando ci si reca per esempio in un borgo o comunque in una località pittoresca, è possibile accorgersi del fatto che i cittadini utilizzano degli strani termini per esprimere un certo concetto: ogni dialetto vanta di una cifra impressionante di termini che, combinati ad alcuni della lingua nazionale, permettono di dare vita a conversazioni alquanto peculiari, ed ognuno di questi dialetti è unico. Per fare un esempio, "qualcosa che raschia il terreno per scopi agricoli" (l'aratro) è chiamato nei più svariati modi da località a località, e sarebbe molto difficile creare un "vocabolario dei dialetti": per intendersi, non per tutti è semplice capire che quando in una certa località si parla di "terrina" non si sta altro che parlando di una "tazzina" (o più generalmente di un contenitore).
Certamente il mondo dei proverbi è un argomento molto interessante, tuttavia in questo articolo non si parlerà in senso stretto di proverbi: ciò su cui ci si soffermerà è più che altro l'"origine" delle parole.
Una caratteristica che ormai è presente in quasi tutte le persone, è la propensione ad esclamare con le cosiddette "parolacce" in casi di eccessivo stress o situazioni complicate: fino a questo punto non ci sarebbe quasi nulla da puntualizzare, infatti l'"esclamazione" è caratteristica umana. Ma i punti interrogativi nascono proprio sull'origine della scelta delle parole che usualmente si esclamano: non si desiderano citare codesti termini, ma ciò che suscita interesse, secondo voi, che cos'è? Qual è quel meccanismo che induce le persone ad esclamare determinate parole e non, per esempio, "finestra"?
Un'ipotesi abbastanza plausibile è che sia proprio la sonorità della parola a portare un individuo alla conclusione che quella, proprio quella parola che un suo simile ha pronunciato, sia una "parolaccia": di norma questi termini sono costituiti da "lettere forti", ovvero da lettere la cui pronuncia suscita una determinata emozione a colui che la pronuncia ed a colui/coloro che la odono. Queste parole suscitano principalmente attenzione da parte degli ascoltatori, i quali si pongono solitamente la domanda "Ma che cosa è successo?", nel caso in cui siano semplici passanti, oppure "C'è qualcosa che posso fare per te?", nel caso in cui fossero dei conoscenti.
In tutto questo eppure c'è qualcosa che non va.
Vi sarà sicuramente capitato di ascoltare un amico, oppure più semplicemente qualcuno per strada, pronunciare una parolaccia senza un motivo preciso, magari solo per "dar fiato alla gola". In particolar modo ciò accade tra i giovani... ma perché?
Non sarà per caso che tutti questi giovani sono dei maleducati e dei grezzi?
Certamente questa accusa non può essere fatta, infatti va più che altro detto che oggi giorno le "parolacce" sono di pubblico dominio: basti pensare alle gente per strada, dal povero al ricco. Un altro fattore che influenza sicuramente questa propensione al pronunciare tali parole è senza ombra di dubbio la trasmissione televisiva: in particolar modo nei film, nei quali è praticamente sempre presente almeno una conversazione nella quale sono contenute delle parolacce.
Ormai va detto che non si presta più la cura a queste: una esclamazione di questo genere capita spesso anche in momenti di felicità e spensieratezza, ed è raro trovare una persona che non ha mai detto una parolaccia.
Ma poi perché questo nome? La scelta è probabilmente dovuta al fatto che un tempo si ritenevano queste essere parole "brutte" e "disdicevoli", ed è qui che è però possibile ricondursi all'argomento dei dialetti: come definite una persona che pronuncia "spesso e volentieri" queste parole? La risposta che di norma segue a questa domanda è "Volgare" oppure, siccome ultimamente le parolacce vengono associate ad un'offesa, "Villano".
Sapete da dove derivano queste parole?
La "lingua volgare" era quella del popolo (della plebe), che un tempo veniva considerata dagli alti ceti come essere la lingua dei "farabutti"; "villano" invece lo si può ricondurre invece alla vita di corte: il cosiddetto buffone di corte era qualcuno che si occupava del divertimento degli alti ceti, ed ciò che rallegrava costoro era proprio quando il buffone di corte metteva in imbarazzo una certa persona, prendendola in giro, e comunque recando un'offesa.
Da qui sorge la domanda centrale di questo articolo: vogliamo davvero che i nostri figli crescano sotto la martellante pressione di questi termini? Oppure sarebbe meglio "dare una ripulita alla lingua" e pensare a cosa è meglio per il prossimo?

mercoledì 25 agosto 2010

La battaglia del "Libro"

Vi è mai capitato di leggere? Ah giusto... lo state facendo proprio ora.
La domanda appena posta risulta scontata: chiunque nella sua vita ha maneggiato un libro ed ha provato il gusto di ascoltare il fragore delle pagine mentre vengono sfogliate. Proprio le "pagine" sono un elemento incorruttibile della lettura ed, anche se nel corso dei secoli queste hanno subito varie modifiche di tipo fisico, resta senza ombra di dubbio che "il supporto" su cui sono presenti i vari caratteri sia qualcosa di materiale: tavole di pietra, membrane organiche trattate chimicamente, superfici di plastica o lastre di metallo sono qualcosa di palpabile e su ognuna di queste sono presenti determinati caratteri. Si può quindi dire che un "libro" sia un oggetto costituito da un certo numero di pagine e che su ognuna di queste pagine sia presente un certo numero di caratteri.
Tuttavia negli ultimi tempi è proprio il "numero di fogli" ad aver subito un drastico taglio: un tempo quando si domandava "A che pagina sei arrivato?" ci si riferiva all'ultima facciata sfogliata e letta dal nostro interlocutore, e la risposta poteva oscillare tra una certa quantità di valori, ma ora qualcosa è cambiato: la superficie sulla quale si posa lo sguardo per leggere è sempre la stessa ed in particolar modo si tratta di un monitor.
Certamente ci potrebbe essere qualcuno disposto a controbattere quanto si è appena affermato, ma qui si sta parlando di "quantità" di pagine e non di "numero" di pagine. Apparentemente i due termini si assomigliano molto, tuttavia la differenza è che nel primo caso si tratta una quantità fisica e materiale, che possiamo sperimentare con il tatto (toccare le pagine), mentre nel secondo si tratta di una quantità digitale, che siamo solo in grado di vedere.
Per essere più chiari, provate a prendere in mano un certo numero di fogli di carta e contateli: intuitivamente vi verrebbe di sfogliarli (si ricorda che la mente umana è più propensa a riconoscere un sasso colorato tra tanti incolore, piuttosto che fare anche un semplice calcolo quale due più due, quindi la difficoltà che potreste incontrare è quella di perdere il conto) e non di aprirli a ventaglio e contarli visualizzandone uno alla volta senza toccarli. Ciò che accade è una "collaborazione tra sensi": il tatto invia un impulso al cervello dicendogli di aumentare di uno una serie, ovvero ogniqualvolta sfogliate un foglio di carta il vostro cervello aumenta di uno il conto.
Ora invece provate ad accendere un computer ed ad aprire un documento di testo: che cosa potreste fare? Certamente potreste scorrere la pagina con la rotellina del mouse (ma questo è in grado di farlo anche la vostra vista su una pagina di un libro), potreste contare quanti caratteri ci sono (vi sfido a contarli senza ricorrere ad una applicazione del computer), contare quante pagine ci sono (cosa che come detto prima è possibile fare anche con il tatto) od altro ancora, ma non sarete mai in grado di sfogliare le pagine: sarebbe come dire che sarebbe possibile "sfogliare un monitor"!
Di che cosa vi siete accorti?
Nel primo caso per poter leggere un libro avete bisogno del tatto quanto della vista (le pagine non si sfogliano da sole) mentre nel secondo caso è possibile sopprimere la funzionalità del tatto per accentuare la percezione visiva: con un computer potete selezionare come "impostazione di lettura" la funzione "scorri lentamente la pagina", quindi sarebbe possibile sedersi comodamente di fronte ad uno schermo, con le mani e le braccia che sostengono la testa in posizione di lettura, e leggere quanto appare sullo schermo.
Ora si vorrebbe porre come domanda ai lettori "Che cosa preferite per leggere: un libro oppure uno schermo?"
Inoltre in questi ultimi tempi si sente spesso parlare di "E-Book": si tratta di apparecchi non troppo spessi, sui quali è possibile caricare dei libri in formato digitale e fare altre funzioni relative all'analisi del testo. La conseguenza della commercializzazione di questo apparecchio ha comportato una svolta decisiva nel mondo della lettura ed anche del lavoro: ormai è raro che un imprenditore mantenga per iscritto i propri documenti di lavoro (si intende: che li scriva lui stesso a mano, ovvero con carta e penna), od ancora che ritorni a casa con i cosiddetti "mucchi di pratiche da sbrigare": tutte queste "scomodità" sono state risolte dall'invenzione della scrittura e della lettura digitale, ed un apparecchio non troppo grande, leggero e più o meno facile da utilizzare, è di certo stato ritenuto un'invenzione geniale, ovvero utilissima.
Tuttavia quasi nessuno parla dei rischi che l'eccessivo utilizzo di questi apparecchi può comportare: più che altro quasi nessun compratore è in grado di leggere ed interpretare quei minuscoli caratteri che costituiscono le avvertenze d'uso (spesso in lingua straniera e comunque di dimensioni limite).
Tornando alla domanda posta alcune righe più in alto, e considerando quanto detto nell'intero articolo, è possibile formulare una risposta oggettiva del tipo"E' possibile combinare ambo gli strumenti"?
Si pensi per esempio all'utilità che potrebbe comportare l'utilizzo di lettori digitali nelle scuole: ogni studente potrebbe risparmiarsi di dover far la strada da casa a scuola con chili e chili di cartella sulle spalle, semplicemente portando in una cartelletta un dispositivo quale quello sopraindicato (certo va anche detto che uno studente non potrebbe più godere della scusa "ho dimenticato il libro a casa", in quanto tutti i libri sarebbero "contenuti" nel medesimo apparecchio). Questo potrà certamente portare dei vantaggi come degli svantaggi: utilizzare uno di questi oggetti per tutta la durata delle lezioni (ed in generale per scopi scolastici) comporterebbe un utilizzo medio di cinque ore giornaliere di fronte ad un monitor, nonché le ore trascorse a casa per fare i compiti.
Detto questo si desidera giungere alla conclusione: davvero vogliamo privare il prossimo, quale le prossime generazioni, del piacere di sfogliare le ruvide pagine di un libro, con tutto ciò che questo comporta?

giovedì 5 agosto 2010

Il fratricidio come moda?

Uno dei primi strumenti che l'essere umano iniziò a realizzare furono senza ombra di dubbio le armi: inizialmente si trattava solamente di rocce di piccola taglia scalfite per ottenere una superficie affilata ma poi, col passare dei secoli e delle epoche, la specie umana è stata in grado di forgiare le prime lame in metallo che, seppur rudimentali, erano più pratiche della selce, poi apprese le modalità di raffinazione estetica della lama e l'importanza di un'impugnatura pratica: l'elsa.
Tuttavia l'essere umano, dopo essere riuscito a sottomettere gran parte dei suoi simili grazie all'aiuto di spade ed altre armi fornite di lama o comunque che richiedevano una certa abilità per essere maneggiate correttamente, senza quindi rischiare di ferirsi, decise che era ora di cambiare lo stile di combattimento, quindi iniziò a studiare le modalità per utilizzare la polvere da sparo: questa portò alla creazione prima dei cannoni e di altre armi da sparo rudimentali poi, con l'intervento di grandi menti, furono sviluppate le prime pistole automatiche ed i primi mitragliatori, nonché granate e mine varie.
Ma tutto iniziò a vertere sullo sviluppo di armi più micidiali, che potessero permettere di sterminare intere popolazioni come se fossero mosche con le ali immerse nell'acqua: sorse quindi l'era dei sottomarini, delle corazzate, dei carri armati e degli aerei da guerra. Tuttavia la specie umana non si era ancora accontentata ed iniziò a progettare metodi per rendere le sue macchine da guerra le più micidiali possibili, ricorrendo anche alla creazione della "vera arma di distruzione di massa": la bomba atomica. Con questo l'uomo era stato in grado di sottomettere le forze della natura per i suoi scopi bellici.
Al giorno d'oggi sono in fase di sviluppo molte nuove armi, nonché le cosiddette "armi chimiche" costituite da sostanze dannose per l'organismo vivente. Viene dunque da porsi una domanda: per quale motivo l'uomo è sempre stato attratto dalle armi?
Inizialmente le utilizzava solo ed esclusivamente per cacciare e per lavorare altri materiali (come per esempio tagliare i tessuti per poterli lavorare meglio), quindi per sopravvivere alle ostilità della vita dell'epoca: bisogna ricordare che alcune migliaia di anni fa la specie umana era sì predatore, ma era anche una preda molto facile per molti altri predatori. In seguito fu attratto dalle armi bianche (spade per esempio) per il semplice fatto che il loro utilizzo poteva decretare l'esito di una guerra di conquista, e fino a qui non ci sono problemi: dopotutto l'essere umano ha da sempre il desiderio di potersi recare in luoghi particolarmente belli senza dover rischiare di essere assassinato in quanto non appartenente alla gente di quel luogo. Ma ora che cos'è che spinge l'essere umano all'ideare nuovi metodi per uccidere le altre persone? Probabilmente si tratta di un nuovo istinto fratricida della specie umana, ma oltre a questo c'è qualcos'altro: l'educazione impartita alle nuove generazioni è spesso di scarsa qualità, ed è per questo che si sente spesso parlare ai telegiornali di figli adolescenti che assassinano da soli od in gruppo barboni o "peggio" i loro stessi fratelli, solo per noia o per vendetta di un dispetto tra fratelli/sorelle, spesso per cause d'interesse per la stessa persona.
Talvolta è causa degli stessi genitori, i quali non hanno prestato sufficiente attenzione all'educazione etica e morale nei confronti dei loro stessi figli, ma questa non può essere l'unica motivazione: sarebbe come accusare il 70% se non più dei genitori di non avere a cuore l'educazione della propria prole e questo è poco probabile.
Ma allora chi o cosa è a spingere centinaia o migliaia di giovani e non più giovani a privare qualcun altro della vita? Le motivazioni possono essere molteplici e di origine personale, ma di sicuro non è di buon impatto per un giovane, o peggio per un bambino, sentir parlare al telegiornale seguito quotidianamente dai genitori o dai nonni, di coetanei e non che "sgozzano", "squartano", "sparano al cuore od alla testa", "danno fuoco" o fanno letteralmente "esplodere" un'altra persona! I termini sopraindicati sono spesso e volentieri utilizzati nei quotidiani televisivi. Certamente qualcuno potrebbe anche suggerire di cambiare telegiornale da seguire o di cambiare generalmente canale, ma a causa del fatto che in ogni telegiornale trattano sempre e spesso in successione degli stessi "eventi" e che i telegiornali occupano le stesse fasce orarie, l'unica soluzione sarebbe quella di spegnere il televisore.
Ma ormai il danno è fatto!

Dalle argomentazioni trattate nei telegiornali viene dunque da porsi in riflessione su un aspetto deplorevole della comunità umana: privare della vita un proprio simile è forse diventato una moda?