Un aspetto che caratterizza notevolmente le diverse località è di certo il dialetto locale. Ma che cosa sono?
Quando ci si reca per esempio in un borgo o comunque in una località pittoresca, è possibile accorgersi del fatto che i cittadini utilizzano degli strani termini per esprimere un certo concetto: ogni dialetto vanta di una cifra impressionante di termini che, combinati ad alcuni della lingua nazionale, permettono di dare vita a conversazioni alquanto peculiari, ed ognuno di questi dialetti è unico. Per fare un esempio, "qualcosa che raschia il terreno per scopi agricoli" (l'aratro) è chiamato nei più svariati modi da località a località, e sarebbe molto difficile creare un "vocabolario dei dialetti": per intendersi, non per tutti è semplice capire che quando in una certa località si parla di "terrina" non si sta altro che parlando di una "tazzina" (o più generalmente di un contenitore).
Certamente il mondo dei proverbi è un argomento molto interessante, tuttavia in questo articolo non si parlerà in senso stretto di proverbi: ciò su cui ci si soffermerà è più che altro l'"origine" delle parole.
Una caratteristica che ormai è presente in quasi tutte le persone, è la propensione ad esclamare con le cosiddette "parolacce" in casi di eccessivo stress o situazioni complicate: fino a questo punto non ci sarebbe quasi nulla da puntualizzare, infatti l'"esclamazione" è caratteristica umana. Ma i punti interrogativi nascono proprio sull'origine della scelta delle parole che usualmente si esclamano: non si desiderano citare codesti termini, ma ciò che suscita interesse, secondo voi, che cos'è? Qual è quel meccanismo che induce le persone ad esclamare determinate parole e non, per esempio, "finestra"?
Un'ipotesi abbastanza plausibile è che sia proprio la sonorità della parola a portare un individuo alla conclusione che quella, proprio quella parola che un suo simile ha pronunciato, sia una "parolaccia": di norma questi termini sono costituiti da "lettere forti", ovvero da lettere la cui pronuncia suscita una determinata emozione a colui che la pronuncia ed a colui/coloro che la odono. Queste parole suscitano principalmente attenzione da parte degli ascoltatori, i quali si pongono solitamente la domanda "Ma che cosa è successo?", nel caso in cui siano semplici passanti, oppure "C'è qualcosa che posso fare per te?", nel caso in cui fossero dei conoscenti.
In tutto questo eppure c'è qualcosa che non va.
Vi sarà sicuramente capitato di ascoltare un amico, oppure più semplicemente qualcuno per strada, pronunciare una parolaccia senza un motivo preciso, magari solo per "dar fiato alla gola". In particolar modo ciò accade tra i giovani... ma perché?
Non sarà per caso che tutti questi giovani sono dei maleducati e dei grezzi?
Certamente questa accusa non può essere fatta, infatti va più che altro detto che oggi giorno le "parolacce" sono di pubblico dominio: basti pensare alle gente per strada, dal povero al ricco. Un altro fattore che influenza sicuramente questa propensione al pronunciare tali parole è senza ombra di dubbio la trasmissione televisiva: in particolar modo nei film, nei quali è praticamente sempre presente almeno una conversazione nella quale sono contenute delle parolacce.
Ormai va detto che non si presta più la cura a queste: una esclamazione di questo genere capita spesso anche in momenti di felicità e spensieratezza, ed è raro trovare una persona che non ha mai detto una parolaccia.
Ma poi perché questo nome? La scelta è probabilmente dovuta al fatto che un tempo si ritenevano queste essere parole "brutte" e "disdicevoli", ed è qui che è però possibile ricondursi all'argomento dei dialetti: come definite una persona che pronuncia "spesso e volentieri" queste parole? La risposta che di norma segue a questa domanda è "Volgare" oppure, siccome ultimamente le parolacce vengono associate ad un'offesa, "Villano".
Sapete da dove derivano queste parole?
La "lingua volgare" era quella del popolo (della plebe), che un tempo veniva considerata dagli alti ceti come essere la lingua dei "farabutti"; "villano" invece lo si può ricondurre invece alla vita di corte: il cosiddetto buffone di corte era qualcuno che si occupava del divertimento degli alti ceti, ed ciò che rallegrava costoro era proprio quando il buffone di corte metteva in imbarazzo una certa persona, prendendola in giro, e comunque recando un'offesa.
Da qui sorge la domanda centrale di questo articolo: vogliamo davvero che i nostri figli crescano sotto la martellante pressione di questi termini? Oppure sarebbe meglio "dare una ripulita alla lingua" e pensare a cosa è meglio per il prossimo?
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